Davide:Un’esperienza di volontariato internazionale in Camerun

 In Volontariato internazionale

Ed è arrivato lunedì 7 agosto, ultimo giorno di lavoro prima di imbarcarmi in un’ennesima avventura oltre Europa. Questa volta però, non per lavoro né per studio o piacere ma per un progetto di volontariato internazionale.
Parola per me da sempre estranea. Io che ho studiato Finanza e che lavoro in una grande multinazionale decido di spendere 3 settimane di agosto come volontario per un progetto chiamato “Community Impact Development Program”, portato avanti da diversi anni dalla WebDev Foundation.
Io, abituato a tutti i confort e ad una vita agevolata decido di andare nel terzo mondo, non avendo la minima idea di cosa poteva aspettarmi. La giornata lavorativa finisce e quale miglior modo che trascorre l’ultima notte con la propria ragazza, contenta della mia partenza e un po’ preoccupata, ma io lo ero decisamente di più
.
Ore 5 suona la sveglia, mi aspettavano 2 ore e mezza di macchina prima di raggiungere l’aeroporto, da solo e con mille pensieri e preoccupazioni per la testa.
Volo per Istanbul tranquillo. Cinque ore di attesa in aeroporto ed ero pronto per prendere un nuovo volo per il continente nero. Non mi spaventava la lunghezza del volo, ero abituato, quello che mi spaventava era l’arrivo in un posto ben fuori dal mia zona di confort.
Arrivo all’aeroporto di Yaoundé, capitale del Camerun, verso mezzanotte. Già in volo ho capito che stavo arrivando in un paese africano, poche luci riuscivo a vedere dall’alto. Gregoire mi aspettava all’aeroporto Gregoire, un volontario della mia età che mi avrebbe ospitato nella capitale per ripartire il giorno seguente per la nostra destinazione finale ovvero la piccola cittadina di Bangoua. Saliamo sul “taxi”, una macchina arrugginita con più di 500mila km, con i neon blu ad illuminarla all’interno. Partiamo senza cinture e ad una velocità sostenuta ma non quantificabile visto che le lancette erano tutte fuori uso. Arriviamo a casa di suo fratello verso l’1:30. Ero stanco, ma contento di vedere un letto.
Il giorno seguente la sveglia suona alle 8, colazione con frittata d’uova, pane, acqua calda e cioccolato in polvere. Non era il cappuccino e la croissant del fornaio di fiducia, ma siamo sempre in Cameroon. La moglie di suo fratello ci porta alla stazione dei bus. Un traffico terribile, strade di argilla, nessun semaforo, nessun segnale stradale ed i clacson che continuano a suonare, il caos.
Arriviamo verso le 16 al villaggio dopo cinque ore di viaggio, carichiamo le valigie sulla moto, saliamo la collina e siamo a quella che sarebbe stata la mia nuova casa per 3 settimane. Casa abbastanza occidentale, isolata e nel mezzo della foresta pluviale, in mattoni ma senza acqua potabile e calda. La mia camera è abbastanza grande, letto una piazza e mezza da condividere con Lorenzo, un altro volontario italiano. Conosco i vari volontari, Clotaire, il capo del progetto, un’altra ragazza italiana, due spagnole e cinque ragazzi/e del posto; tutti simpatici e molto disponibili. Mi spiegano le varie attività del progetto e ceniamo, riso bollito e un pollo da condividere in nove persone. Vado a dormire, stanco e spaesato ma eccitato di capire cosa mi aspettava da lì alle prossime tre settimane.

Il giorno dopo la sveglia suona alle 6. Si iniziano a fare i lavori di casa: chi fa le pulizie e chi a preparare la colazione. Alle 7:30 tutti fuori casa, si va a scuola. Arrivati a scuola inizio a conoscere i bambini, una quarantina in tutto, suddivisi in due classi: kids & teenagers.
Le lezioni che tenevamo giornalmente erano soprattutto di lingua: inglese, spagnolo ed italiano, in base ai volontari presenti e lezioni di informatica, principalmente di introduzione all’utilizzo del computer. La mattinata si concludeva con lezioni sull’igiene e sulla sanità e con divertenti balli africani. Rientrati a casa si preparava il pranzo, riso o pasta bollita con pesce o pollo.
Il pomeriggio cominciava con l’altra attività più inerente allo sviluppo della comunità locale, chiamata progetto Walli-Water for life. Si andava in giro per la cittadina a sensibilizzare e capire quali sono i maggior problemi correlati all’acqua. Nessuno disponeva di acqua potabile in casa; pochi avevano le tubature, la maggior parte doveva andare al pozzo a rifornirsi. Facevamo compilare un questionario per capire cosa, secondo loro, era l’esigenza maggiore e cosa si poteva fare per migliore la situazione. Tutto ciò con l’obbiettivo, per i volontari futuri, di portare le tubature in tutte le case e costruire pozzi sempre più efficienti.
Si continuava quindi con l’altro progetto di sviluppo della comunità, chiamato ICIBANGUA. Questo progetto era focalizzato nel riuscire a portare nel mondo digitale i vari bar/ristoranti/shop della piccola cittadina. Chiunque fosse passato di lì avrebbe quindi potuto vedere online i prodotti e le pietanze offerte dai vari shops locali. La giornata proseguiva con le lezioni di inglese e di informativa per i lavoratori dell’ospedale di Bangoua (medici, infermieri e tecnici di laboratorio) per circa due ore, dalle 17 alle 19. Rientrati in casa si preparava la cena, si faceva il meeting di fine giornata e si preparavano le lezioni e gli eventi della giornata successiva. Alle
22 ero a letto, stremato e contento.

Le giornate erano suddivise più o meno così, con i weekend fuori porta dedicati alla visita di qualche cittadina più grande nelle vicinanze o al mercato per comprare le cose da mangiare.
Un sabato siamo andati ad incontrare il re della cittadina. Il re ricopre un ruolo di intermediario tra la politica moderna e la cultura e le tradioni antiche ancora molto presenti. Ci ha ospitato nel sua foresta privata e abbiamo fatto una sorpresa a sua mamma, portandole del legname. La giornata è proseguita con la visita alla cascata misteriosa. Secondo la tradizione locale infatti tutte le coppie che si sposano devono passare e purficarsi nella cascata.

Quello che porto a casa da questa esperienza è l’arte di adattarsi con poco o niente, il vivere il presente e l’importanza dei bisogni primari, sottovalutati nel mondo occidentale perché dati ormai per scontati. Porto nel cuore la felicità dei bambini, che pur non avendo nulla salutano e sorridono sempre. La curiosità, la voglia di imparare che hanno e la voglia di impegnarsi per migliorare la situazione in cui si trovano. Mi mancheranno i giri in moto in 3/4 senza casco, i “taxi” con 8 persone a bordo, la gioia dei bambini e i tempi calmi e tranquilli con cui vivono la loro vita. Mi mancheranno i Bonne journée le blanche, sentirmi lo straniero, ricco perché bianco, ma accettato e ben voluto. Mi mancherà contrattate per qualsiasi cosa, i prezzi fissi non sono ancora arrivati. Grazie di tutto Camerun, mi mancherai.

Davide Delvai

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