Il doposcuola di Riva di Trento. Un modo per costruire interAzione

 In Curiosità, Staff

Riva di Trento è uno spazio che l’Associazione di promozione sociale Joint ha ottenuto il 21 ottobre 2015 per mezzo di un Bando del Comune di Milano vicino alla fermata della metro di Corvetto, un quartiere multiculturale nella periferia di Milano, densamente popolato e fortemente connotato da fasce socialmente ed economicamente fragili.

Dopo aver richiesto ai residenti del quartiere, tramite una “scatola delle idee”, quali fossero le loro esigenze più impellenti, l’Associazione Joint ha deciso di creare un doposcuola per bambini e adolescenti, gestito da volontari dell’Associazione No Borders, ovvero da ragazzi provenienti da esperienze di Servizio Volontario Europeo o/e Scambi Internazionali.

Queste le parole di Jasmin, una volontaria.

Il doposcuola è un servizio gratuito (vi è unicamente una piccola quota associativa di 3€ annuali) e si tiene due volte alla settimane: martedì e venerdì dalle 15.30 alle 18.00. Il servizio non è rivolto solo a stranieri bensì a tutti i minori, dalla scuola primaria alle superiori. Tuttavia la maggior parte degli iscritti sono ragazzi di seconda generazione ovvero figli di famiglie immigrate in Italia dal Nord Africa o dal Sud America.doposcuola di Riva di Trento

Dopo quasi due mesi dall’ avvio del nostro doposcuola mi sono resa conto che questo spazio non rappresenta solo un aiuto meramente scolastico per ragazzi con origini straniere, ma è una reale opportunità, per me e per gli altri volontari coinvolti, di rivivere o/e percepire cosa significhi  scambio intergenerazionale ed interculturale.

Il primo giorno di apertura del centro è entrata la nostra prima iscritta: una bambina egiziana di 10 anni dagli occhi verde smeraldo e, nonostante la sua tenera età, si è improvvisata mediatrice culturale tra me e sua madre. Avrei voluto interromperla e dirle che potevamo parlare anche in arabo, ma ero così affascinata dalla sua eleganza nella professione di mediatrice che le ho lasciato gestire la situazione a suo piacimento. Questa stessa bambina, la volta successiva di fronte ai suoi compagni, ha sentito la necessità di esprimere la sua estraneità verso la lingua araba. Questo, a mio avviso, probabilmente è un tipico esempio di esclusione della propria diversità linguistica o culturale per paura di essere giudicati dagli altri. Proprio questa paura del giudizio altrui rende lo spazio di Riva di Trento fondamentale per la realtà locale poiché può essere uno spazio di incontro reale in cui si possano valorizzare i confini culturali, linguistici e religiosi che ultimamente restano invisibili nello spazio pubblico. L’esclusione della diversità ha fatto sì che l’adattamento, e non l’interazione, diventasse la soluzione più applicata da questi ragazzi nella loro realtà quotidiana.

Tuttavia vorrei chiarire che lo scopo ultimo della nostra attività non è l’integrazione degli stranieri nella realtà locale. Integrarsi in cosa? Sono ragazzi nati e cresciuti in Italia, non hanno bisogno assolutamente di essere integrati. Ciò che è occorre è un spazio di “interAzione” con la A maiuscola nel profondo rispetto dei dinamismi personali, culturali e religiosi. Per raggiungere tale scopo occorre comprendere e condividere lo stesso valore della parola educazione. Il termine educare deriva dal latino ex-ducere e significa condurre fuori, ovvero aiutare qualcuno ad esprimere se stesso e ad accettare il proprio Io. In arabo la parola educazione si dice tarbyya e significa crescita o sviluppo. Il ragazzo, ma anche l’adulto, ha bisogno di essere aiutato a tirar fuori e sviluppare il valore di se stesso.

Proprio per questo proponiamo un doposcuola con un approccio educativo non formale in cui vorremmo stimolare questi ragazzi a capire il valore della diversità e ad educarli a non misurare i propri progressi didattici attraverso voti e pagelle. È un processo informale che non si pone di dare risposte, bensì di trovare nuove domande da porsi, essere curiosi e positivi verso ciò che ci circonda.

doposcuola di Riva di Trento

Parlando con i genitori dei bambini ho notato che la maggior parte di loro vive da trent’anni in Italia, ma si sentono ancora catapultati in una nuova società di cui non comprendono i codici culturali e linguistici. Rimangono sospesi tra la tradizione, che hanno lasciato alle spalle, e il nuovo orizzonte culturale, non sufficientemente interiorizzato. Considerano la permanenza in Italia come un sacrificio per garantire migliori opportunità di vita e pertanto cercano solo di sopravvivere, ma con la testa e il cuore sognano di ritornare nel paese d’origine. Le loro parole mi hanno ricordato uno scrittore marocchino, Tahar Ben Jalloun, in cui definisce l’immigrazione come un brutale cambiamento di esistenza e una lacerazione dei riferimenti nella memoria del migrante:

“L’immigrazione non è un pic-nic in campagna. Non è un tè che si prende tra gente bon chic et bon genre. L’immigrazione è una rottura, una lacerazione dei riferimenti della memoria essenziale, è un brutale cambiamento di esistenza. Non si lascia la propria terra, non si rinuncia facilmente alla propria cultura, non si intraprende quel viaggio per piacere. Coloro che se ne vanno sono gli stessi che non vogliono perdere la loro dignità, che non vogliono rovinare la loro vita e quella dei loro figli per l’impossibilità di procurarsi il pane e la casa. Partire è un modo di conservare la propria dignità”.

Le scelte e i valori di questi genitori condizionano ovviamente la vita dei figli. Pertanto abbiamo pensato di non limitare il nostro lavoro solo con i giovani, ma di ampliare le nostre attività. Infatti a partire da febbraio 2017 avvieremo un processo educativo anche per i genitori mediante un corso d’inglese e un corso d’italiano per adulti. Non si tratta di corsi autocertificati, ma semplicemente di percorsi di apprendimento nella speranza che siano non solo utili per poter comunicare e scrivere in italiano, ma anche perché in questo modo è possibile costruire un’interAzione tra le persone.

Jasmin El Habak

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